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Il bambino e la sua mamma: un legame che aiuta ad “Essere”

Il bambino e la sua mamma: un legame che aiuta ad “Essere”

La mamma. È la prima persona con la quale il bambino entra in contatto, fin dal momento del concepimento. È la prima figura del mondo esterno con la quale si interfaccia al momento della nascita. È il primo Oggetto d’amore con il quale entra in relazione.

Nel pensiero di Donald Winnicott -pediatra e psicoanalista- è centrale l’idea che, fin dai primi istanti di vita, il bambino sia sensibile alle cure materne che riceve o che, al contrario, gli vengono negate: è da queste che dipende la costruzione del suo mondo interno.
Ogni bambino, invero, si trova a dover attraversare un processo che ha, come fine ultimo, la costruzione dell’Io e la creazione di un insieme di condizioni idonee ad esprimere il proprio vero Sé.

L’Io rappresenta l’organizzazione della realtà psichica che consente di viversi come unità soggettiva e di pensare “io sono”. Attraverso l’Io, il bambino riesce a trasformare gli stimoli interni ed esterni in esperienze, percepisce la pelle come confine tra la propria unità psicosomatica e l’ambiente esterno, ed ha la possibilità di relazionarsi agli Oggetti percepiti come esterni da sé, così da poter esercitare delle azioni su di essi.
L’integrazione dell’Io è il compito primario dello sviluppo psicologico del bambino, che esita nel riconoscimento di quest’ultimo -da parte degli altri- quale entità unitaria e autonoma: è solo così che il bambino riesce a prendere consapevolezza del proprio Sé.

Il è l’espressione -via via più matura- di quel nucleo centrale che accompagna il bambino fin dalla nascita, che contiene le sue originarie potenzialità evolutive (inclinazioni, attitudini spontanee e così via) e che prende il nome di Sé potenziale.
La libera espressione del Sé potenziale è detta spontaneità, raggiungibile solo se il mondo esterno, con il quale il bambino si relaziona, agevola l’espressione spontanea di tali potenzialità individuali.
Qualora l’ambiente non sia favorevole, il bambino si troverà costretto a creare uno “scudo” per proteggere il suo vero Sé e svilupperà un sistema di compiacenze alle richieste del mondo esterno che viene definito falso Sé.
Il processo che conduce allo sviluppo dell’Io e all’espressione del Sé, consta di tre momenti.



Fase della dipendenza assoluta (primi 6 mesi di vita).

Dal momento della nascita e per tutto il primo semestre di vita, l’infante e la figura materna formano una monade, appartenendosi reciprocamente: il neonato dipende completamente dalla madre, non sa di ricevere cure da lei e, non potendo controllare le sue azioni, si limita soltanto a trarne vantaggi o a subirne danni; la madre, dal canto suo, entra in empatia con i bisogni primari del neonato, li percepisce come appartenessero a se stessa e li soddisfa prima che il bambino li avverta come angosciosi. Questa potenzialità della madre di identificarsi con i bisogni del figlio, prende il nome di preoccupazione materna primaria: si tratta di una particolare condizione psicologica della madre, che si avvia già durante la gravidanza e ricopre tutta la fase di dipendenza assoluta del bambino.
Può accadere, tuttavia, che in alcune occasioni la mamma non comprenda o comprenda male i bisogni del figlio e che, dunque, non risponda correttamente alle sue richieste: in questi casi è sufficiente che la madre si accorga di aver sbagliato, senza perseverare nell’errore. Ad ella, infatti, non è richiesta la perfezione nelle cure quanto, piuttosto, che sia una madre “sufficientemente buona”, in grado di riparare le inadempienze attraverso la sua presenza costante, così da inviare al figlio il messaggio che lei è lì proprio per prendersi cura di lui.



Fase della dipendenza relativa (tra i 6 e i 24 mesi).

In un momento successivo -concomitante con lo svezzamento- il piccolo inizia a prendere consapevolezza della sua dipendenza dalle cure materne: ne è testimonianza l’ansia da lui provata nel momento in cui la madre rimane distante per un tempo superiore a quello che lui crede sufficiente alla sua sopravvivenza.
Anche il viso materno assume particolare rilievo: specchiarsi nel volto della madre vuol dire, per il piccolo, guardare se stesso; attraverso gli occhi della madre riesce a vedere il proprio Sé. In questo periodo, tra le altre acquisizioni, il bambino sviluppa anche la capacità di identificarsi con lei, cioè di “mettersi al suo posto” (per esempio, sorride per rispondere al suo sorriso): ciò gli consente di viversi come entità separata dalla madre, si instaura un senso di reciprocità ed è in grado di distinguere il “me” dal “non-me”.
È opportuno, ora, che la madre eserciti un de-accomodamento ai bisogni del bambino, facendo retrocedere gradualmente la sua preoccupazione primaria; è fondamentale che rinunci -nei limiti dell’adattamento- alla sua capacità empatica di anticipare i bisogni del bambino, al solo scopo di consentirgli le prime esperienze di separazione e indipendenza.



Verso l’indipendenza (si estende fino all’adolescenza).

Un accudimento sufficientemente buono e un’adeguata risposta di de-accomodamento, consentono al bambino di introiettare l’affidabilità dell’Altro e questo si traduce nell’acquisizione della giusta fiducia nell’ambiente esterno che, gradualmente, il bambino prima e l’adolescente poi, non temerà di esplorare. Il processo che conduce all’indipendenza, invero, si protrae per l’intero arco dell’adolescenza.
Ogni fase, dunque, richiede un atteggiamento congruo da parte della madre, che deve rispondere adeguatamente alle richieste del figlio e alle sue esigenze di sviluppo.
Affinché siano possibili lo sviluppo dell’Io e la manifestazione del vero Sé, è fondamentale che la madre possieda tre specifiche capacità di risposta, alle quali corrispondono altrettanti processi maturativi.

La capacità di holding (sostenere, contenere) consente il processo di integrazione dell’Io del bambino, ossia l’organizzazione della realtà psichica individuale che permette al soggetto di percepire la propria unità, a seguito di una primaria condizione di non-integrazione. La madre, dunque, “presta” il proprio Io - che funge da ausiliario- in funzione dello sviluppo dell’Io del proprio figlio.

La capacità di handling (manipolare) consente il processo di personalizzazione, caratterizzato dall’acquisizione di uno schema corporeo da parte del piccolo ma, soprattutto, dall’insediamento della psiche nel corpo. La madre, attraverso la manipolazione del figlio e la modalità con cui lo tiene tra le braccia, fa sì che egli percepisca l’interezza del proprio corpo, che lo senta come parte e contenitore del suo Sé.

La capacità di object presenting (presentazione dell’oggetto) consente il processo di relazione d’oggetto. La madre tende a soddisfare i bisogni del bambino presentandogli specifici oggetti: in questo modo, egli nutre l’illusione di aver creato autonomamente quegli stessi oggetti e sperimenta, così, il senso di onnipotenza; inoltre, tale esperienza fa accrescere in lui la convinzione che esista una corrispondenza tra il suo mondo interno (creatività) e la realtà esterna. In questo primo momento, l’oggetto viene percepito come soggettivo.
Per passare dagli oggetti soggettivi all’esperienza degli oggetti esterni, diventa determinante il ruolo dell’oggetto transizionale che svolge una funzione rilassante rispetto all’assenza materna e, se da un lato viene percepito come una creazione propria del bambino (salvaguardando la sua onnipotenza), dall’altro lato viene percepito come oggetto esterno possedente un’esistenza autonoma.

Tali processi attraversano tutte le fasi di sviluppo del bambino, ma non possono dirsi consecutivi, al contrario, sono in parte sovrapponibili. Inoltre, non possono mai dirsi definitivamente conclusi poiché proseguono per tutta la vita, seppur con periodi di avanzamento e di regresso.
In questo lungo percorso che conduce il bambino verso la realtà esterna, dunque, la mamma ha il compito di fornire gli strumenti necessari al proprio piccolo, affinché egli possa raggiungere la propria autonomia e riesca a manifestare genuinamente il proprio “Essere” nel mondo.


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Dott.ssa Psicologa Psicoterapeuta Maria Teresa Allemma

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